99. Tiziana Mayer

       Ione

Immagine: alla chiara fonte

Pagine: 42

Tiziana Mayer, nata a Bari, vive a Varese, dove insegna. Ha studiato russo, aramaico, ebraico biblico e postbiblico, tradotto le epigrafi del cimitero ebraico di Acqui Terme, il Keter Malkut del poeta e filosofo del XII secolo Ibn Gabirol e un commento

cabalistico alla Genesi (Menahem da Recanati di prossima pubblicazione). Dal russo ha tradotto il poema L’uomo di V. Ivanov. Nel luglio 2016, per i tipi de alla chiara fonte, ha pubblicato la raccolta Apocalissi private.



Introduzione

Il testo è una rivisitazione dello Ione di Euripide, di cui reca anche il nome. Nella tragedia antica, Ione è il figlio di Creusa, moglie del re di Atene Xuto, e del dio Apollo. Esposto dalla madre, per ordine di Apollo è portato da Ermes nel santuario di Delfi, dove la Pizia lo alleva come un figlio. Divenuto ormai adulto, Creusa si reca al santuario con il marito, per chiedere all'oracolo perché mai loro non abbiano figli. Creusa è ovviamente adirata con Apollo: crede che il figlio sia morto e lui non lo abbia protetto. Le cose non stanno così, e alla fine lo scioglimento sarà lieto: Creusa e Ione si ritroveranno, e un inganno del dio farà credere a Xuto di esserne egli stesso il padre. Da Ione discenderà la stirpe degli Ioni.
Fin qui Euripide. Nel mio testo non vi sono riferimenti diretti alla tragedia, ma, oltre al titolo, ne sono ripresi i temi fondamentali: l’esposizione del figlio, che diventa aborto; l’incomprensibilità della realtà e dei disegni divini, sempre altro da ciò che sembrano; il tema della possibilità di lettura degli eventi, e della loro conoscibilità. Altro importante argomento, la libertà e la necessità della scelta. Non si tratta di un testo teatrale, ma di un’opera che riprende la struttura della tragedia in forma narrativa.
La sfida che la tragedia lancia alla modernità, è, a parere di chi scrive, particolarmente feconda di prospettive. La poesia non è infatti circoscrivibile a una fotografia immediata di emozioni e sentimenti: è fatta anche per ragionare, proporre, riflettere. Una tradizione che, tipica della classicità, è proseguita nel Medioevo, (ove ha raggiunto l’apice della Commedia,). In seguito oscurata, è riemersa nel corso del Novecento (Eliot, Montale, il prodigioso affresco storico del Requiem della Achmatova, la Venezia salva di Simone Weil). Naturalmente la forma è modellata sui toni tragici, e vi sono momenti, soprattutto nei cori, (mantenuti come luogo deputato del giudizio sugli avvenimenti), dallo stile teso.
Non si tratta, almeno nelle intenzioni, di una operazione passatista, ma di una proposta che è anche atto di fiducia nelle possibilità conoscitive che la parola poetica racchiude e schiude.


Fu nell’estate (quando trema
l’ora nella calura e tanta luce
splende che si annera):
meravigliata, Miranda si chiedeva
se con la mano accarezzasse
la sua  forma vera.
La sua  bellezza snella,  piena divenne
e somigliante al frutto.
Fino ad allora molti
erano stati i tentativi e vani:
gli sforzi ripensava e a quanto inutili siano
i piani umani. Per anni non aveva voluto
il marito figli. E quando ebbe deciso,
nulla era accaduto: si dibatteva lui nel suo stupore
(era possibile
non ottenere ciò che più voleva?);
lei sulla vita, come su acqua, si chinava,
ad immergersi quieta.
Ora, le visite, gli esami
nel passato erano sepolti,
nulla più avrebbe patito…
né solitudine più, né ossessione
del desiderio puro senza amore.
La volontà che in cielo librava
sogni e voglie, più mobili che soffio
in aria lieve, fede feroce si era rivelata.
Finché, dal buio del grembo, era spirato
un brivido, schiudendo aria serena.
“Mi chiedo - diceva il marito -
che fummo noi prima di generare?
Non fummo come ciechi,
incerti dell’andare?
Privi di un senso,
di un verso cui  avanzare? Colmare
solitudine, assenza,vuoto, nulla: questo
farà il bimbo, nel cui occhio
si specchierà il mio volto,
e il tuo nel mio. Un solo mondo a noi
ed a ciascuno un mondo”
Senza rispondere Miranda :
“Se a una fonte di luce
l’occhio si congiunge, luce diventa
e dall’interno effulge. Luce di occhio
non ha lo stesso moto di un riflesso …
è viva cosa, non lucido vetro.
E vivo è il grembo”