Ludovico Galleni Abramo e la mente contemporanea:

                                  la rilettura  della figura di Abramo compiuta

                                  da Silvano Arieti                                        

                                   immagine di copertina: vals

                                   marzo 2015


Ludovico Galleni (Pisa, 1947-2016 ) ha insegnato Zoologia Generale presso l’Università di Pisa e attualmente insegna Teologia e Scienza presso l’istituto Superiore di Scienze Religiose N. Stenone di Pisa.
E’ stato visiting  professor di Storia della Scienza presso l’Università cattolica di Lovanio   (Belgio) e professore invitato di Evoluzione Biologica presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma.
Ha scritto tra l’altro:
Scienza e Teologia proposte per una sintesi feconda, Queriniana, Brescia, 1992
Biologia, La Scuola, Brescia, 2000
Darwin, Teilhard de Chardin e gli altri…le tre teorie dell’evoluzione, Felici, Pisa 2012
L’atomo sperduto Il posto dell’uomo nell’Universo, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2014 (con Francesco Brancato)
Ha  curato la nuova edizione italiana di: Pierre Teilhard de Chardin, Le singolarità della specie umana, 2013
Ha fatto parte del comitato di direzione di Quaerentibus, rivista latina di Scienza e Teologia e del comitato editoriale dell’European Journal of Science and Theology
E’ stato coordinatore dell’Osservatorio Nazionale di Scienza e Teologia del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale (MEIC)



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Perché Silvano Arieti

La collana inizia con la figura di Silvano Arieti, psichiatra e psicanalista, nato a Pisa nel 1914 e morto a New York nel 1981.
Ha studiato medicina a Pisa e poi è emigrato, negli Stati Uniti a causa delle leggi razziali. Là è diventato uno dei più importanti psichiatri e psicanalisti della seconda metà del ventesimo secolo.
La mia storia si intreccia con quella di Silvano Arieti perché mio padre affetto da una patologia psichiatrica che già stava concretizzandosi in forme fobiche fu ricoverato negli anni trenta a Pisa dove Arieti stava iniziando la sua carriera di medico. Aveva iniziato ad occuparsi delle tecniche di cura della psichiatria e della psicanalisi e aveva ottenuto l‘autorizzazione dal direttore della clinica il Prof. Giuseppe Ayala di interessarsi a questo suo primo paziente.
Di fatto mio padre cominciò a migliorare, evitò la terribile trafila degli elettroshock e degli psicofarmaci allora ancora molto traumatici, ma più che altro evitò la terribile esperienza del manicomio e tornò presto a casa se non guarito, ( la terapia era comunque durata troppo poco a causa della partenza di Arieti per gli Stati Uniti ) ma comunque in condizioni di poter condurre una lunga e operosa vita e di questo sono grato ad Arieti.
Arieti rimase sempre un amico di famiglia e lo ricordo a cena a casa nostra , quando tornava a Pisa per trovare i suoi genitori. Ho nella mia biblioteca la copia del volume The Intrapsychic Self , con dedica autografa ai miei genitori .
Arieti infatti era emigrato negli Stati Uniti all’uscita delle leggi razziali, grazie anche all’aiuto di mio padre e là aveva potuto dedicarsi completamente ai suoi studi divenendo come abbiamo detto una delle principali figure della psicanalisi del suo tempo.
Il suo legame con Pisa rimase sempre molto forte e nel 1979 pubblicò negli Stati Uniti il volume Il Parnas che ha avuto poi un paio di edizioni italiane dove anche è ricordato mio padre, Pietro, il suo primo paziente .
 Agli inizi degli anni ottanta Arieti venne a Pisa per presentare la prima traduzione italiana del libro e scoprì che il figlio di Pietro, il ragazzino con cui aveva cenato, era diventato docente all’Università in cui aveva studiato e da zoologo si interessava dei grandi problemi dell’evoluzione. Ci ripromettemmo di entrare in contatto, ma dopo pochi mesi Arieti moriva a New York. In qualche modo, con questo mio lavoro, sto cercando di riprendere quel dialogo.

Nel Parnàs Arieti ripercorre gli ultimi giorni della vita di Giuseppe Pardo Roques, Parnas, cioè responsabile della comunità ebraica pisana, che, fobico ,praticamente aveva limitato il suo raggio d’azione alla sua casa e alle strade vicine. Abitava infatti a poche decine di metri dalla Sinagoga. Nella casa di fronte era nato Arieti.
La sua paura più forte era quella nei riguardi degli animali. Arieti studia il caso clinico di una figura a lui cara ma che non aveva potuto affrontare con gli strumenti scientifici a sua disposizione e quindi la ricostruisce attraverso il genere letterario del romanzo.

 Pardo non si mosse da Pisa a causa della fobia e fu ucciso dai tedeschi insieme ad alcuni ebrei che da lui si erano rifugiati e alle persone di servizio cristiane che non avevano voluto abbandonarlo.
Per Arieti la fobia di Pardo aveva concentrato sugli animali il rifiuto del contatto con la parte violenta e criminale dell’umanità, ma questo aveva aumentato la sua umanità e per Arieti addirittura Pardo era un delle poche persone che, grazie alla malattia, aveva in alcuni momenti mostrato la Shekhinah cioè era diventato segno della presenza di Dio, un Dio quindi che esiste e che accetta di manifestarsi grazie a chi per il mondo è solo un malato da compatire.
Quindi colui che viene considerato un malato di mente qui viene considerato una persona dalla sensibilità eccezionale che non riesce ad adattarsi alle regole di violenza e di lotta del mondo e quindi sembra rinchiudersi nella malattia, in realtà è persona di cui la malattia mette in evidenza le qualità che per Pardo addirittura giungono a farlo considerare come il segno della presenza di Dio.
Ci ricorda Arieti, citando la Encyclopaedia Judaica, che :
“ la Shekhinah, è di solito associata con la personalità carismatica, e si ritiene che abbia sede in certi individui eccezionali”
E nel libro, come ho già accennato in nota, vi è anche un bel ricordo di mio padre , che nel momento della difficoltà, nonostante le fobie, partecipò alla resistenza nella Democrazia Cristiana, salvò vite e fece parte come impegno civile della prima giunta comunale di Pisa nominata dal Comitato di Liberazione Nazionale. Il malato nel momento drammatico della tragedia ha risorse che spesso chi è considerato sano spesso non ha.
Partecipando ad un convegno che ha ricordato la figura di Arieti, mi sono permesso di scrivere :
“(..) non è forse, allora, la malattia mentale (o, se vogliamo, questo tipo di malattia mentale) il primo segno che qualcosa non ha funzionato nel piano originale del Creatore, che l’umanità si è allontanata dall’alleanza; non è forse la malattia mentale uno dei segni di quell’allontanarsi dal piano di Dio e dalla relazione corretta con la natura che va sotto il nome di peccato originale?
 E il segno dell’aberrazione a cui è giunta l’umanità è proprio il fatto che la malattia coglie le figure più sensibili e che cercano rapporti di cooperazione e di amicizia con gli altri. Il segno dell’anormalità, della rottura dell’armonia di quella creazione, si cui si afferma con un ritornello che percorre le prime pagine del libro della Genesi “che Dio vide che era buona” è proprio il fatto che possedere una sensibilità estrema verso ciò che “era buono” rappresenta invece il passaggio verso la malattia”
Basterebbero queste considerazioni per mostrare il mio interesse verso Arieti.
Ma in questo piccolo volume ho riportato un mio lungo intervento sull’ultimo libro di Arieti, ahimè mai tradotto in italiano: Abraham and the contemporary mind . Abramo nella lettura di Arieti è il primo uomo moderno, colui che rompe gli idoli e riconosce l’esistenza di un Dio personale che chiama all’alleanza.
E nel libro innanzitutto Arieti risolve uno dei problemi posti della psicanalisi portando a soluzione la terza crisi di cui parla Teilhard de Chardin, dopo quelle di Copernico e Galileo, quella di Freud . La psicanalisi non è la scienza che mette in discussione il libero arbitrio ma al contrario è quel ramo della scienza medica che libera l’uomo da quelle patologie che non gli permettono di esercitare il libero arbitrio.
E in fondo mio padre come dicevo è stata la dimostrazione vivente di come il libero arbitrio guidato dalla solidarietà sia stato più forte della malattia, grazie anche all’azione terapeutica di Silvano Arieti.
Ma da Arieti, come si vedrà, ho avuto molto di più. La sua meditazione sulla figura di Abramo mi ha convinto che vi è stata nella storia una figura che ha effettivamente risposto alla proposta di alleanza lanciata da Dio e che esiste un popolo che nonostante tutte le tragedie continua a proclamare che questa alleanza c’è ed è veramente attiva.
Venendo, come formazione, dalla scienza sperimentale ho bisogno di prove razionali e documentabili per credere.
E il ragionamento di Arieti su Abramo mi è sembrata la prova storica certa e definitiva della realtà della alleanza. Una alleanza che tra l’altro non è sottomissione, ma è confronto continuo con Dio, che accetta la discussione e accetta di modellare il suo operato con il confronto con la creatura, come insegna la discussione sui giusti a Sodoma e Gomorra. Ad Arieti, in quanto figlio del popolo dell’alleanza, debbo quindi la conferma della possibilità della fede in Abramo e nella alleanza e ad Arieti, in quanto scienziato e terapeuta, debbo la conferma scientifica del libero arbitrio
Questo piccolo volume vuole dunque essere un gesto di ringraziamento e un segno di ricordo.