77. Carlotta Silini

      Igiene di vita

      immagine di Lauro Silini

      pag. 32

      settembre 2015


È nata a Mendrisio nel 1990 e ha studiato medicina all’università di Losanna. Nel 2011 ha vinto la sezione esteri del Campiello giovani con la composizione Un anno di pensieri in cinque righe, e a settembre 2015 risale la sua prima pubblicazione poetica, intitolata Igiene di vita, edita presso alla chiara fonte.

 



L’AMORE CHE LEGA


Sono alti i giorni di cieli turchesi
e noi li inseguiamo, cerchiamo la luce.

Siamo vivi di marzo, e le cinciarelle
frammentano il sonno ancor prima dell'alba –
ma noi siamo giovani se sorridiamo
è il giallo del sole a riempirci la faccia.

Nega il mattino ogni sguardo evitante
perché è primavera, e noi siamo vivi.
Se loro sono morti
non è nostra la colpa: ne incidiamo la pelle
senza tremare, caviamo occhi a cui
non possiamo dar luce. Se loro sono morti
non è nostra la storia: hanno orbite gialle
piene di grasso, e il sole è la bava di altre mattine.

Sono alti i minuti ci insegue la luce
e chi mai potrebbe precipitare
chiudere occhi che vedono ancora.

Siamo vivi di marzo, senza tremare.
L’amore ci lega alle cince, annienta chi sezioniamo:
se il sole taglia ancora mettiamo occhiali a specchio
e continuiamo a guardare.



da OSPEDALE AFRICANO


1.

A Given che ha tredici anni potremmo fare un bagno
potremmo comprare un vestito, potremmo tagliare le unghie.  
Given, Given! La mamma ti chiama: basta, dice, smetti di sbavare smetti di gemere, cerca di morire. Given, Given! Il dottore ti scrolla
ti pianta un ago nella schiena
ti illumina occhi ciechi, pupille areattive.

A Given scossa da spasmi nessuno trova rimedio.
Quanto ci metti a morire? La mamma ha altri figli cui dare latte,
ma i seni sfasciati che porge trasmettono alcol e morte:
a Given dal sangue infetto nessuno ha mai offerto altro.

A Given bruciata dall’herpes bisogna asciugare la bava
bisogna iniettare altro Diazepam, bisogna già dire addio.
Given non sa scappare, non sa inseguire un bel volto
Given non sa l’amore, Given non ne ha avuto tempo:
la stanza 6 è spoglia, esala odori di corpi
l’ossigeno gorgoglia, gorgoglia la piccola Given.

A Given che ha l’AIDS non possiamo inventare il finale:
l’encefalopatia le ha mangiato il cervello
e adesso mangia anche il resto, la riempie di petecchie.  
Quant’è grande il vuoto che lasciamo? Given sparisce nel letto,
non occupa molto spazio. Geme e continua ad esistere
ma la mamma ha smesso di chiamarla.

2.

Hai addosso l’odore del timo, di prati ricolmi di api,
ma non sei che una farfalla: tu non sai fare il miele.
A chi vuoi far paura con quelle ali fragili?
Il vento le strappa ogni volta che le spieghi,
le api lo sussurrano: noi siamo qui per fare il miele.
Lascia i trifogli a chi sa cosa farne – e tu cosa sai fare,
piccola farfalla? Non fai che origliare i ronzii delle ore altrui,
non fai che smarrirti dentro un prato troppo grande,
e forse sai soltanto che vorresti essere ape. Ma non sei che una farfalla,
e non hai zampe robuste: puoi farti schiacciare per due dita lucenti,
oppure valere la polvere che brilla sulle tue spalle
il male che fanno gli occhi a chi non accetta di chiuderli.


da OSPEDALE PSICHIATRICO


PAZIENTE D.

Io abitavo al quinto piano,
spiega D. in una lingua fratturata.
Apro la finestra e sto per buttarmi
ma la figlia mi vede e urla papà no! Non farlo,
non farlo! Mi prende per la vita e ricadiamo insieme
sul nostro pavimento, la mia bambina e io.
Il quinto piano, il più alto di tutti
ripete il signor D. dagli occhi senza forma
e poi mima la scena, si stringe un corpo intatto.
Io non va bene, si dice tra le braccia
questa è la vita, e io non la so vivere.


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Ricordi il tuo giardino, quest’inverno?
Tralci di rovi avvelenati dalla neve
le tue verdure uccise, atterrato ogni tuo stelo.
Dicevi il mio giardino non mi appartiene più
la mia verità ischeletrita come foglia:
striscerò sotto i quarzi queste membra senza linfa
nei cunicoli riarsi, abbandonati dai lombrichi –
non voglio sapere quando il vento nero
farà del mio ciliegio un cadavere di tronco.

Adesso io ti chiamo tra pennacchi di gramigna,
e il tuo nome riecheggia nelle risa delle gazze
perché sono viva zolla, nutrita dal requiem
al calcificato feto di te stessa; le mie radici ti cercano nel buio –
acetosella o malva, mi germoglieresti accanto?
Non avrai abbastanza occhi, smagrito fiordaliso, per tutta la verde
luce del ciliegio, né per il pulviscolo vibrante che ci arruffa
e lascia che le nostre corolle si accarezzino;
ma il tuo giardino schiuma codirossi, e forse non importa
                                                                                       avere forma fissa
per indossare le tue cicatrici – e dir loro arrivederci,
perché adesso il sole c’è.