Dario Meini

        LA GRAVITÀ RIVENDICA LE CENERI
        (Gravity claims ashes)

       pagine 106

       Immagine di copertina:

       Dario Meini, 2019

       luglio 2021




Dario Meini, è nato in Toscana nel 1980, ha lavorato a lungo a Londra e negli Stati Uniti, ha viaggiato molto. È deceduto a Grosseto il primo luglio del 2020.















brucia viva la vita

sì, Dario, la vita brucia viva, per sua natura non può consumarsi morta. Le tue poesie ardono di vita anelata, desiderata, mancata, portata via dalla droga.

Tardi ora sappiamo. Tardi ti amiamo. Tardi amiamo per te quello che tu non hai potuto amare di te.

Vegliamo con dolore sulle tue armi deposte di cui restano le parole quasi fiere della tua lotta interiore: un grido ormai di pietra.

Ma nel nostro credere sappiamo che sei accolto dall'Amore, e che:

la nuova alba sarà fuoco
una fiamma che non tramonta mai



l’editore



PER DARIO DA EMANUELE

Si dice che l’amore è il motore del mondo, ma forse ancora più potente è il dolore, quello che ti pulsa dentro, quando fai il diavolo a quattro per esprimere ciò che sei e ti accorgi che la società non lo capisce.

Io Dario l’ho conosciuto poco, prima attraverso le quattro pareti della sua camera che il padre Adriano mi ha permesso di abitare durante il soggiorno del figlio a Londra e poi quando è tornato. Qui in Toscana, sempre tormentato ai miei occhi appena di conoscente, poi dopo la poesia ha rilevato appieno questo tormento. Poter leggere i suoi versi è stato come scoperchiare il vaso di Pandora e scoprire tutti i mali vissuti da Dario, ma ben presenti in ciascuno di noi.

Il suo tormento in questo calvario sfocia esplicito nelle sue poesie. In “Speranza – Calvario” lui parla di “volontà” o di “fuga”, come a indicare tutta la lotta interiore che lo dilaniava tra la voglia di percorrere fino in fondo la strada della comunità e la seduzione degli stupefacenti, fuga da quella battaglia che aveva intrapreso. Questa parola, “fuga”, la vedo comparire nei suoi versi. In “La fatica svanisce” diventa “il culto della discesa”, un’abilità nel cadere che si fa titolo in “Corse nella tenebra” nel dover affrontare l’oscurità che aveva dentro, ma che la stessa potenza della poesia rivela quanto di umano e sensibile aveva dentro di se Dario.

Emanuele De Lucia




dentro me

sparisco nelle mie viscere
lo spazio interno
tutto quello che ho
nascosto tra le carni
dentro me
assoluto me



soluzione finale

sarà lei a guardarmi
è tornata a prendere quello che è suo
gloriosa e luccicante
spodestata dal grande vuoto
rabbia eterna
ingannevole tutto il resto
soluzione finale




figlio della palude

insegnami a non credere
maestro figlio della palude
osservami con occhi di ghiaccio
uccidi l’alba lucente
ogni movimento
ogni sguardo
seppellisci la speranza
liberati in me



prima di capire

sabbia nera
mai ti ucciderò
troppi fallimenti
prima di capire
che desideravi solo un rifugio
nel posto più caldo
libero grazie a te



il piatto della miseria

umiliato da burattini
trasparente il loro filo
avvelenati
degni del piatto della miseria
ascoltano
l’unica voce che conoscono
croci su croci



microcosmo dei lamenti

non si vede l’universo
dalla casa di vetro
sotto scalcia la vita malata
curati con la sindrome
accalcati
nel microcosmo dei lamenti
lazzaretto delle anime
senza ordine



donna ferita

scacciano i demoni
donna ferita
amante del ghiaccio nero
pugni contro la porta
metallo
chiusa da dentro
ferita



un millimetro dalla follia

scompare ogni sentimento
concentrato sull’agonia
è tutto sparito
un millimetro dalla follia
rifiuta gli sguardi
splendo nella mattina più arida



cessa di esistere

vattene
il velenoso respiro dei sopravvissuti
la palude è il loro rifugio
inutile miseria
la nuova alba sarà fuoco
una fiamma che non tramonta mai
cessa di esistere












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