Joan Vasil Frumeno è nato a Craiova nel 1972, è fondatore del gruppo di resistenza pacifica: Bruma de Inimă, (Brina del cuore); tecniche di  esercizio mistico di gioia intermittente e autodeterminazione emotiva.


Le poesie pubblicate sono tradotte dal rumeno da Daria Ferula


*


all’improvviso il suono si allenta,
come se un pensiero venisse stirato
sotto la superficie dell’acqua calda
che si raccoglie negli spazi
tra due vertebre scolorite,
e poi, nel momento esatto
in cui tutto sembrava fermarsi,
quel pensiero – o quel rumore di sensazione –
implode e lascia dietro sé
solo la parola che cade
su un vetro — sangue sottile
un bimbo interrotto
nella cartella d’asilo


maremaremare


sirene gridano
un drone


la madre urla
un nome con le vocali esplose
mentre brucia l’ultimo pianto


*


era notte

(o qualcosa di molto simile a una notte artificiale),
una linea gialla scorreva lungo la parete
e lasciava la scia di piccoli oggetti dimenticati:
una retina per capelli,
la pagina strappata da un diario scritto male,
un bottone trasparente, un sussurro.
quella linea
era l’unica cosa viva
nella città distrutta.


ehi–ehi–ehi
(era il verso di un gioco?)


ora è  vento che porta via brandelli di plastica


mam–ma–ma


il nome è stato spezzato
dove un tempo c’era la scuola.


*


materia linguistica

composta dal dolore non localizzabile
che si diffonde come un gas lento
negli spazi bianchi del testo.


un bambino senza nome
osserva da dietro una vetrata rotta
il rituale compiuto da sei creature
interamente fatte di riflessi.


non capì nulla,
ma la sua umanità si ritirò di qualche millimetro.


(e il silenzio gronda dentro la pelle)


*


lungo il margine del fiume,

dove il limo diventa voce e poi silenzio,
trovammo un corpo.


non umano.
non animale.
non definibile.


era fatto di fibre ottiche,
residui di preghiere recitate
da chi aveva dimenticato il nome di Dio,
e da una materia chiamata trïelum,
che compare appena la tocchi
e poi di nuovo scompare.


lei era ragazza
poi campo
poi voce
poi carne
ora è non più
nel villaggio
tutti tremano
quando passa
un cane.


*


a quel punto, iniziammo a correre.

non sapendo da cosa scappavamo.
forse dalla stessa grammatica
che cercava di cucirci addosso una forma,


forse dalla consapevolezza
che presto saremmo entrati in un poema.


il ponte ormai è caduto
la piazza ora è solo sassolini
la biblioteca ha preso fuoco


*


la settima presenza non si nomina

senza che un’intera sintassi si disfaccia.


viene dal fondo degli abbandoni
dalle ciocche tagliate incise
in un’unghia d’ombra.
allora ci lasciammo mutare:


l’infanzia
neutralizzare l’umanità
smettere di essere figli
smettere di essere padri e madri.


*


tutto era bianco, ma non era luce.


solo una vibrazione post-linguistica
si propagava tra i pori dei muri,
come se ogni molecola
tentasse di emettere la sua confessione.


parlavamo
la lingua fatta di respiri conservati


poi lo spazio si chiuse in parentesi.


restammo lì dentro
per tredici battiti immemori.

Non giudicare, Signore
ma almeno guarda
perché non stai guardando?


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