LEGGENDO
Il MARE COLORE DEL VINO
DI LEONARDO SCIASCIA


DIVAGAZIONI TEOLOGICO - LETTERARIE

di Domenico Cambareri e Luca Crapanzano

prefazione di Antonio Sichera

riproduce in copertina
Città sognante
di Giovanni Raimondi
2020
tecnica mista su tela,
cm 50x60

pagine 56
appare nella collana
Letteratura e teologia
nel mese di marzo 2021



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Domenico Cambareri, siciliano di nascita, bolognese per dono, è presbitero della chiesa di Bologna. Dopo la laurea magistrale in italianistica all'Università di Bologna, consegue il dottorato in teologia dogmatica a Firenze con una tesi sulla teologia letteraria di Jean Pierre Jossua. Autore di diversi articoli interdisciplinari, per “alla chiara fonte” ha pubblicato Letteratura e teologia: Carlo Coccioli e Pier Vittorio Tondelli. Un'indagine (2017). È parroco a Trebbo di Reno e cappellano dell'”Istituto penale per i minorenni” del capoluogo emiliano.

Luca Crapanzano è prete della diocesi di Piazza Armerina (Sicilia). Ha conseguito il dottorato di ricerca in Teologia Morale Familiare ed Antropologia Teologica a Roma. Rettore del Seminario diocesano, insegna antropologia teologica ed escatologia presso l'Istituto Superiore di Scienze Religiose della Facoltà Teologica di Sicilia in Palermo. Scrittore e saggista, ha pubblicato diversi testi di teologia, storia e letteratura e collabora con alcune riviste scientifiche. Per l'edizione "alla chiara fonte" ha pubblicato una nota di lettura su "Lumie di Sicilia" di Luigi Pirandello in collaborazione artistica con Giovanni Raimondi.

Antonio Sichera è docente alla Cattedra di Letteratura moderna e contemporanea presso il dipartimento di Scienze Umanistiche dell'Università degli Studi di Catania. Ha scritto in chiave comparatistica su numerosi temi e autori della letteratura otto/novecentesca, in costante rapporto con la teologia e la patrologia cristiana, e in dialogo con la teoria critica di Benjamin e la teologia letteraria di Jean-Pierre Jossua. Ha in attivo centinaia di pubblicazioni. 


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                                                                            A Jean Pierre Jossua,
                                                                          domenicano,
                                                                          maestro perché teologo,
                                                                          perché letterato
                                                                          e soprattutto
                                                                          perché uomo libero.




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Il mare colore del vino. Tra letteratura e teologia
Antonio Sichera


    Saluto con piacere l’iniziativa sciasciana di Luca Crapanzano e di Domenico Cambareri, che testimonia la ricerca costante di due studiosi che hanno fatto della teologia letteraria il loro campo privilegiato d’indagine. E propizio è il tempo della loro edizione di Il mare colore del vino se la si considera come un omaggio al più grande teologo letterario dei nostri giorni – il Padre Jossua – scomparso in Francia proprio il primo di febbraio di quest’anno. A Jean-Pierre Jossua credo in verità che la fatica di don Luca e di don Domenico possa essere idealmente dedicata, a colui cioè che ha fatto della teologia letteraria una via originale e innovativa del pensiero teologico, nonché uno spazio di dialogo autentico e spassionato del teologare con la cultura contemporanea. Con uno stile acuto, signorile e inconfondibile, nei confronti del quale io per primo mi sento intimamente debitore.

    Sciascia è certamente un autore che ben si presta a un’indagine di tipo teologico-letterario, non fosse altro per la sua appartenenza a quella larga schiera di scrittori metafisici che ha affollato le linee della scrittura siciliana contemporanea, da Verga e Pirandello in poi. Non si intenda qui per ‘metafisica’ una generica istanza trascendente, ma bensì una posizione del proprio essere al mondo, del proprio sentire e pensare la vita, e del proprio fissarla sulla pagina, all’interno di un intimo dialogo con la grande tradizione giudaico-cristiana. Con la Scrittura biblica anzitutto, ma anche con coloro che lungo i secoli l’hanno interiorizzata e ripensata, fino alla modernità. Si pensi, nel caso di Sciascia, ad un romanzo come Il contesto ad esempio, intessuto di un dialogo fascinoso con Pascal, con Borges, con le Scritture neotestamentarie.

    Il mare colore del vino – che si appropria, nel titolo, di un ricorrente epiteto di Omero: oinops pontos – è un libro-laboratorio, un libro-sommario, per dirla con Sciascia (“perché raccolgo e pubblico questi racconti? Ecco: perché mi pare di aver messo assieme una specie di sommario della mia attività fino ad ora”), che accompagnò con queste parole, in un’apposita nota, l’uscita del volume per i tipi di Einaudi nel 1973. Si tratta – dice lui – di racconti scritti tra il 1959 e il 1972, che a suo modo di vedere mettevano in luce chiaramente la linearità di fondo del suo percorso, la dirittura della sua ricerca letteraria, pur tra dubbi e incertezze. L’ampio arco di tempo e il carattere di raccolta, che il libro inevitabilmente assume e manifesta al lettore, rendono Il mare colore del vino un testo diseguale, punteggiato di risultati già sciasciani e di mere prove d’autore in vista di sviluppi ben più maturi. Vi si avverte però in sottofondo, come un basso continuo che conferma la bontà dell’intuizione critica del racalmutese nella nota citata, la costante presenza in sottofondo dei suoi maestri, dei suoi auctores. Tra i quali mi piace citare in prima posizione Alessandro Manzoni e Luigi Pirandello: il grande milanese per il sentore di Colonna infame e di Promessi sposi che attraversa il libro (si pensi agli Apocrifi sul caso Crowley, ad esempio); il ‘padre’ agrigentino – tale Sciascia lo considerava – per l’atmosfera complessa, paradossale, contraddittoria della Sicilia del Mare colore del vino, dove spicca tar gli altri un racconto di sapore così pirandelliano come Il lungo viaggio, che narra una (tragica e comica: umoristica dunque) storia di migrazione oggi attualissima: varrebbe la pena di farla leggere ai nostri giovani studenti ma ancor più a tanti politici, poveri di umanità anche perché (colpevolmente) ignari della storia dolorosa di quell’Italia che credono di difendere.


    A Cambareri e a Crapanzano l’onere di un’ermeneutica teologica del libro. Per parte mia, credo che, almeno da questo punto di vista (ma non solo), la punta del vinoso Mare sciasciano non consista negli espliciti riferimenti alla religiosità popolare, presenti nel testo quali ingredienti d’obbligo di una fotografia della Sicilia della tradizione. Certo, la disputa sull’esistenza di Santa Filomena nella Rimozione o la contrapposizione tra il Vangelo e la mafia (e la sua religio) di Filologia toccano corde non estrinseche della scrittura di Sciascia e quindi della raccolta nel suo complesso. Ma è nel racconto eponimo (di gran lunga il maggiore tra tutti per ampiezza e riuscita) che si sente forte il sapore nascosto di una potente ispirazione evangelica. Lì dove un ‘miscredente’ ingegnere alfiere della tecnica e della modernità, in viaggio verso la Sicilia per motivi di lavoro, viene convertito alla “fede nella vita” da un vero – e non oleografico – Gesù Bambino (non per nulla si chiama Emanuele: Nenè; e sta con un papà e una mamma che sembrano “personaggi da presepe”), pronto a ‘farsi povero’ tra i poveri (vera e propria follia agli occhi dei genitori), allergico alle ipocrisie e alle convenzioni, non “bello” ma “straordinario”, perché capace di aprire “una dimensione di affetti, di pensieri, di rapporti” mai intravisti dall’ingegnere.

    Questo bambino di intelligenza fervida e di sentimenti generosi provoca nella mente e nel cuore dell’uomo del moderno una rielaborazione profonda di idee e di valori, che sembrano spingerlo quella notte stessa verso il “giusto della vita” (di luziana memoria), ovvero verso quel centro autentico dell’esistenza, quell’accettazione della quotidiana e amante fatica della vita, rappresentato per lui nello scompartimento del treno Roma-Agrigento da una attraente e fine ragazza siciliana: “serena ed attenta, di poche parole, di intensi sentimenti”. Sentimenti. Parola chiave della cristologia sciasciana (e siciliana) del racconto. Perché i siciliani questo avevano di speciale, agli occhi dell’ingegner Bianchi: coi loro “buoni sentimenti”, con la loro “fede nella vita” in fondo credevano – e quel Gesù Bambino tra tutti – che “tutto dovesse durare, amicizia ed amore” al di là dei casi fortuiti, al di là del viaggio di ogni esistenza. In questa epifania dell’amore, in questa convinzione della sua potenza che fa permanere e salva, che trasforma in vino l’acqua della vita, si annida il senso profondo del messaggio di Nenè e della sua sacra famiglia. La Sicilia di Sciascia diventa così provincia carnale e metafisica di un evento che attraversa la storia e cambia le sorti dell’esserci. Luzi l’aveva capito: “L’amore aiuta a vivere, a durare”.