80. ROCA COMIA, Versi per Giampaolo

       con la PREFAZIONE
      di Fabio Camponovo, Osvaldo Daldini, Valeria Doratiotto Prinsi,       Arno Gropengiesser, Andrea Jahn, Nicoletta Paolocci, Virginio       Pedroni, Fabio Pusterla, Luca Rovelli, Rosario Talarico, Sara    Tognola

      e testi poetici di

      Maria Antonietta Acocella, Fabiano Alborghetti, Yari Bernasconi,        Aurelio Buletti, Pietro De Marchi, Massimo Gezzi, Gilberto Isella,       Piergiorgio Morgantini, Alberto Nessi, Giovanni Orelli,                   UgoPetrini Fabio Pusterla, Jean Soldini


      con un xilografia a due legni di Vals
      stampata a mano in 275 copie da G. Galli a Novazzano

      Immagine di copertina: Mauro Valsangiacomo: 14 giugno 2014.

      pag. 64

      giugno 2016


MARIA ANTONIETTA ACOCELLA


ASSOCIAZIONI


Da Castagnola effimero
si tuffa nella bruma
il ponte di Melide
che congiunge Bissone
da cui partì per Roma,
erede di muratori
e scalpellini,
Francesco Borromini,
per tornare
secoli dopo
sul biglietto da cento
e sull’abbonamento
col berretto da ferroviere.


FABIANO ALBORGHETTI


LA VOCE DEL PADRE


Ed è questo che sogna
     per i propri figlioli:
che con lo studio abbian vita migliore
un po’ meno dolore andando avanti negli anni
non con la zappa né in un altoforno
o un carroponte incoronare il trionfo
dell’occhio basso far conta del passo
     o alla fresa
coi grezzi pezzi ad attendere il graffio
graffiargli la vita di dosso e la pelle
il gnénte che svelle
né tantomeno in filiera tra le ore operaie
con lo stantuffo i cilindri i pistoni
e il maglio che batte e fa felice i padroni
col capogiro in finir di giornata
a far contrappunto a una vita sudata
         non è questo che vuole
     per i propri figlioli:
il futuro è per tutti da sempre un mistero
e ha venti contrari e talvolta pretende
ben oltre i precetti di madri o dei padri
perché non arrende
chi ha potuto studiare
e tutt’altra è la schiena:

è la postura morale che fa stare diritti
 e fieri talvolta
dinanzi alla vita, anche quella più storta.


YARI BERNASCONI


VISITA AL LICEO


Le voci si attaccano ai nervi. Difficile capire,
sotto le fronde, le ragioni dei contendenti.
Difficile come per molte altre cose di colpo
senza senso, mentre attorno si accalcano
ragazzi che non conosco in un piazzale
che credevo di conoscere. Due mondi
a mezz’aria, ricolmi di rumori e immagini
lontane. Due condizioni inafferrabili
che presto ho lasciato da parte e forse
ho già scordato nella fretta, l’ansia,
l’inconsistenza delle idee.

*

La memoria è precaria. Dice che allora
cercavo domande giuste e invece,
sotto il bianco dei neon, mi hanno dato
risposte. Braccia salde a indicarmi
l’estremità del ponte da raggiungere
senza guardare in basso. Ma le vite
lasciano ombre che non puoi ignorare:
certi, davanti al vuoto, me l’hanno pure insegnato
senza timore. E ancora ci provano
con tanti altri, sopravvivendo nell’attesa
di un nuovo incontro e una breve alleanza.


AURELIO BULETTI


AUGURIO


Capita di sentire di buon’ora
i tacchi di una donna che cammina:
nulla si sa di lei se non il passo,
quasi sempre deciso
e nulla vieta di pensarla lieta,
sprovvista di fardelli: se invece porta un peso,
che almeno non lo senta nel mattino,
la scorti un cavaliere
felpato e fattorino.


PIETRO DE MARCHI


UN PAESAGGIO INVERNALE


                         About suffering they were never wrong,
                              The Old Masters…
                               W.-H. Auden, Musée des Beaux Arts (1939
)

Lo sapevano bene anche gli allievi
dei Vecchi Maestri fiamminghi:
tutto dipende dal punto
dove si posa lo sguardo.
Prendi Marten van Cleve, per esempio,
e il suo Paesaggio invernale
con la Strage degli innocenti.
L’occhio corre alle lance, agli elmi,
alle armature lucenti, al cane
che abbaia dietro ai soldati a cavallo,
mentre sulla sinistra, in basso, un fante
rinfodera la spada e un altro,
più giovane, poco più che un ragazzo,
tiene stretto un pugnale e ha sul volto
un’espressione strana e guardinga;
al centro, proprio nel mezzo, un terzo,
un cavaliere smontato di sella,
dirige contro il tronco d’un albero
un fiotto potente d’urina.


MASSIMO GEZZI


                                Per Giampaolo, per il sogno che ha difeso


TEMA DI S.


«Cosa vuole che s’impari,
con dieci ore al giorno? Certe volte
la scuola mi somiglia allo zapping:
premi un tasto, cambia l’ora,
e via con una roba che non c’entra
un’emerita con quella precedente.
E poi immagazzinare, registrare
a memoria... Conta questo, per voi.
Ma imparare è un’altra cosa, professore:
c’è bisogno di tempo, fallimenti,
dormite sotto un albero per potere
imparare davvero. Me lo dà,
lei, il permesso di sbagliare,
di perdermi in un sogno?»


GILBERTO ISELLA


LE CAPPE DI ALESSANDRO


Mascella d’ombra s’espande,
mira a una torre flagellata dallo Spazio
mentre questo per gradi la svuota
dissolvendola in transfisico pallore.

*

Da trafori e anelli di cielo
si sporge il paesaggio, ruota con gli sguardi,
ne ricalca curve ardite o vettori titubanti
per sfigurarsi poi nel gorgo
di una maschera infinita, arborescente.
Tortile risale il pennello del Magnasco.

*
 
Ogni albero tiene in radice
fisionomie liquide, passerelle senza appoggio,
corsie scalene offerte ai penetrali della luce
che il fogliame ha diffranto,
una creatura oscilla, a cornice boschiva
rilascia il suo lungo tabarro verde.
Più bassa e cieca, trema
una ghiandola,
                           si perde.


PIERGIORGIO MORGANTINI


DUE PULCINI


Due pulcini due canarini
con alette di cigno
e fame da gigante
e voglia di caldo
e voglia di volo.

Due ciuffi di morbido
con becco che chiama
e voce di uccellino
e istinto d’amore
e futuro da grande.

Due piccole fortune
dentro questa notte
e voglia di una mano
e di un ricordo lontano
e di un odore buono.

Due occhi nel nero
che accendono un cerino
e i figli crescono
e spuntano le rughe
e si allontanano i giorni

di quello che siamo stati



ALBERTO NESSI


TRA POCO


Tra poco viene chiaro in fondo alla valle
i monti si screziano di neve
emergono i sottaceti nella cucina
della Verena: gli spalloni
avranno passato il confine?
Perché la neve scricchiola sotto il piede
che di notte sulle balze pericola.

Tra poco viene il tempo che si può andare
sicuri tra i castagni se canta l’allocco;
ma tu fermati, sole, già stamani
fuga l’ombra che indugia sui davanzali.


GIOVANNI ORELLI


OLTRE GLI URALI


Quasi soffiassi dentro un corno d’Uri
o dentro un olifante come Orlando
oltre Pirene, oltralpe, oltre gli Urali,
chi chiamo per aiuto?
come se si potesse veder bene
me, un mobile nel pieno del trasloco,
sfiorato da da da da da… un poco
anche il sole lo fa
in suo tramonto. Voglio morire?
Una parete mi sento di ex
biblioteca senza più libri
radiografie di ordinate e di ascisse
un reticolo di assi e in verticale coste
di ex libri, bibbie platoni danti.
Ma tieni, come diceva la madre di un poeta,
tieni le lacrime per altri “santi”
o cause. Altro non sa più dirmi l’olifante.


UGO PETRINI


Ciò che più conta
è l'avvio, l'attacco
sono gli sguardi dei musici
che si cercano e s'incontrano
con quelli del direttore
sono le dita pronte a posarsi
su pistoni e corde
le labbra a umettare
ance e bocchini
la mano a impugnare
mazza e piatti.

È quel silenzio teso
che disegna la ragnatela
della musica che la precede
e ne assicura l'eco
ciò che più conta.


FABIO PUSTERLA


DI TUTTO TUTTO E CIAO


per Giampaolo Cereghetti
e qualche altro compagno

Si fiutava il rifiuto prima ancora di vederlo
senza coscienza il no saliva dai giorni, dalla pelle,
dalle braci di qualche camino o fumo di stoppie.

Erano sassi scagliati lontano, prime file occupate
d’anime sempre bennate, cari saluti al dottore
al farmacista all’ingegnere, e tu bifolco
qui cosa fai vai almeno in fondo e cerca di
capire quel che puoi, lavati le mani, taci.
Più tardi: un progetto di mai più. Che mai più
quella cosa, quel posto degradante,
l’altalena di falsi sorrisi e sberle doppie
o triple,  pasticche di fluoro annegate nel calamaio,
odore di colla e silenzi
già incisi nel legno di qualche vecchio banco
o traversine della ferrovia, dogane.
Ùipiamech! Ùipiamech!
E un sogno, anche. Di un luogo diverso,
d’apertura e riscatto; un controcanto
di coraggio e sapere, per tutti. Indipendentemente da:
per tutti, e tra i tutti, prima, per gli ultimi. Senza medie
cianògene, aritmetiche o anagrafiche: la pura
responsabilità dello sguardo
fermo, che prova a cogliere qualcosa,
rischia  e incoraggia, non giudica.
Avvìa.

Ah, gli amici persi per strada,
l’impiccato il caduto lo stremato dal viaggio,
gli amici che capivano al volo, senza parlare,
quel sogno. Che si alzavano in volo nel mondo,
quasi ogni giorno, guidando. E adesso, dici, rimane
poco? O siamo noi dei rimasti?  Un inganno? Chissà.
Ma nella tasca o nell’armadio, negli anfratti
degli anni, a riemergere imprevista ci sarà
qualche immagine o traccia, dei nomi, un elenco
di mondi e di volti, mille e mille studenti passati
di qui, e magari un biglietto, uno solo: «Di tutto,
grazie, signor maestro. Di tutto tutto e ciao».
Un elenco, sì. Una mappa di voli.
Non uno stato d’anime, piuttosto
un registro di menti in cammino, una gioiosa
somma di possibilità.

(Zaranspe lamomiachia, roca comia…)


JEAN SOLDINI


TRA DUE COSE


A che stirpe appartiene
lo spazio tra due cose?

Indugia millenni o pochi istanti,
aspetta un sussulto
che lo assegni ad altre soglie.




MARE


Tace l’anima
se tendi l’orecchio
per udirne i crucci o l’esultanza.
Tace se ti ostini
a scorgerla dentro di te.  
Pausa lunga,
è il mare dei tuffi  
di ognuno e di tutti
da cui riemergi e ti asciughi
come corpo al sole.