76. Davanti agli occhi c’è un ponte

     piccola antologia mediterranea     
     a cura e con introduzione di M. Mandorlo     
     Tommaso Di Dio
     Lorenzo Babini
     Davide Ferrari     
     Massimiliano Mandorlo
     Maria Donata Villa

    pag. 64

    Disegni di M. Vals. / alla chiara fonte

    Ottobre 2015


«È proprio questo […] il ruolo dei poeti: essi gridano perché sta per finire l’aria, quell’aria che non è altro che lo spirito», affermava il teologo ortodosso Olivier Clément in alcune illuminanti pagine di La rivolta dello spirito. Qual è il senso profondo della parola e del linguaggio poetico, qual è il fuoco segreto che anima il lavorio silenzioso e tenace della poesia?
Con intelligenza Clément individua nella scommessa radicale della parola poetica un possibile campanello d’allarme per l’intera società contemporanea.
Gli eventi storici, sociali e culturali degli ultimi anni hanno messo davanti agli occhi di ogni uomo l’evidenza di una crisi che, a latere dei sottili e razionali calcoli economici e politici, ha le sue origini profonde in una perdita d’identità, ben più pericolosa e capace di intaccare il genere umano in ogni sua espressione.
I mezzi di comunicazione ci mettono di fronte agli occhi ogni giorno realtà che ci interrogano in un dramma senza fine: la ferocia dei fondamentalismi religiosi, l’esodo disperato dei profughi mediorientali, costretti ad abbandonare le loro terre per le guerre in atto. E le ondate migratorie che, in un moto crescente, cercano in un’Europa spesso smarrita e confusa una patria, un luogo dove fuggire dagli orrori della storia. Davanti agli occhi c’è un ponte. Il verso, tratto da uno dei poeti qui antologizzati, può forse metterci nuovamente davanti agli occhi la sfida che la nostra civiltà, uscendo dai limiti angusti della propria indifferenza globale, può assumere per ritrovare i propri fondamenti umani. La nostra Europa, con la sua storia di cattedrali, imperi e civiltà, i suoi spazi di libertà creativa, l’arte viva  che respiriamo nei luoghi che i nostri padri ci hanno lasciato. I porti, le rotte mercantili da Occidente a Oriente, i pellegrini, la diffusione della stampa, il dialogo tra culture ancora vivo sulle pagine miniate dei manoscritti. Le città, i monasteri, la rinascita della civiltà attorno alle pievi dopo le grandi distruzioni barbariche.
Questo tempo, con le sue lotte e i suoi drammi brucianti, può lasciarci nuovamente indifferenti, intrappolati dal benessere occidentale nell’esilio indifferente delle nostre coscienze; o anche la crisi umana più profonda, il dolore e l’esilio possono essere il primo punto di partenza per lanciare un ponte. E la parola, con la sua “temperatura del fuoco” (così Mario Luzi in Ipazia), può preparare il terreno per costruire ponti, dialoghi, incontri tra uomini e culture. I poeti, come diceva Clemént, possono gridare al mondo intero quando l’ossigeno nei polmoni si sta esaurendo.
Con questa piccola antologia vogliamo tentare, se pur con tutta l’umiltà di una consapevole approssimazione, di rimettere a tema i fondamenti della nostra esperienza umana: a parole, come si addice ad un tentativo letterario, ma con tutta l’energia e la libertà che il fuoco della poesia porta ancora dentro, come una promessa. Massimiliano Mandorlo



Tommaso Di Dio (1982), vive e lavora a Milano.
È autore del libro di poesie Favole, Transeuropa, 2009, con la prefazione di Mario Benedetti. Nel 2012 una scelta di sue poesie inedite è stata pubblicata in La generazione entrante, Ladolfi Editore. Collabora con diverse riviste e premi legati alla poesia. Nel 2014, esce il suo secondo libro di poesie, Tua e di tutti, Lietocolle, in collaborazione con Pordenonelegge.



Dentro camminano; e fanno chilometri.
Scartano strade e bivi, procedono
a testa bassa a lato delle metropolitane.
Spostano mucchi di terra
di idee e ideologie e poi vanno
dentro aree popolate, supermercati
strade, scuole e spiazzi. Sopra scale di condomini
aprono piccole
porte di ferro grigio; e si incontrano su tetti larghi
e piani, dei più alti
edifici. Da lì s'affacciano
verso il vento, insensato e caldo.
Non si parlano. Non si toccano. Traforato
da luci che spaccano
una ad una tutte le case, guardano
l'immenso catrame e cemento umano
di cui non sanno nulla. Insieme sono
bradi, fertili e seri come gli animali inutili.
Il cielo gli lecca il volto e così li chiama
a fare da sé
qualcosa, per vivere una vita.



Questo vento che taglia fermo.
Che riveste; che spoglia. E sopra tetti
spazza e rimastica e vede gli occhi
che sono ormai
acqua nera giù nei pozzi, cranio
nello scavato bitume. Questo vento
cosa mi porta di te; cosa mi dice. La lavatrice
procede; il motore poi, la macchina
il moto. Quintali di terra. Quintali
di incarnati linguaggi, e di braccia
uniti alle braccia e di gambe unite poi
ai polmoni e polsi altrui; attaccati tutti
alle forze che non durano, che non temono
che sperdono
nel vento ogni loro senso e luce. Cosa
infine, ci spoglia così.



Lorenzo Babini (1990), si è laureato in Filologia Moderna all’Università Cattolica di Milano con una tesi dal titolo: Somiglianze di Milo De Angelis. Edizione critica e commentata. È stato responsabile dell’associazione studentesca Versi Liberi e ha collaborato con diversi blog letterari e con le riviste «Poesia» e «Bollettino ‘900». Ha tradotto per La Vita Felice L’Enfer du bibliophile di Charles Asselineau (L’Inferno del bibliofilo, La Vita Felice, Milano 2014) e ha vinto a Bologna il premio di poesia Violani Landi 2014 (sezione inediti).


LA CARNE DEI FIGLI


Ci vuole coraggio a mettere al mondo dei figli,
esporli al vento e alla luce, inserirli nel tempo
che li consuma.
 
Nei borghi di pietra o nelle pianure d'Italia,
in grandi città, nei paesi di guerra,
tra le distese di ghiaccio o tra i giardini d'aranci,
nei lunghi deserti mediorientali vivere
significa vivere con poco amore nella terra dura
e strapparsi i figli dal grembo per vivere ancora.
 
Mentre nel buio cadono i padri silenziosi,
in una terra piena di voci, invasa dal vento e dalla sabbia,
le donne guardano i figli e tra le nenie sussurrano,
affidano al dio degli arabeschi
la responsabilità di averli messi al mondo.



*



Mi è capitato spesso di pensare ai mondi senza tempo,
alle isole pacifiche sull’acqua dove crescono i fiori,
i fiori che non muoiono.

Non ti sto chiedendo di essere triste, non piangere
ti prego, ma solo, se puoi,
guarda in faccia il tuo tempo
senza esserne attratto.



*


E quando i figli chiederanno «cosa hai amato»
gli parlerò dei bar
della solitudine e della compagnia
delle donne. E sempre più dei ritorni
io ho amato i viaggi
di ritorno, degli autogrill, di quelle soste fatte apposta
per ritardare la meta.



Davide Ferrari è attore, regista, autore. Si occupa di teatro, scrittura creativa, poesia e formazione presso enti privati e pubblici. Ha pubblicato: Missing Link (O.M.P. Edizioni, 2010); Anime arrangiate (2010); La cenere dei bordi (Subway Edizioni, 2013); il poemetto Eppure c’è una meta per quel fiato di universo, vincitore del concorso internazionale PopScience Poetry 2014 (Subway Edizioni 2014). Conduce laboratori di teatro e scrittura creativa con i detenuti della Casa Circondariale di Pavia e di Voghera con i quali fonda la compagnia Maliminori.



PROTETTI SOLO DAL CIELO

                                                                   Il sole non sorge più
                                                                   si copre i piedi di paglia
                                                                   e scivola via…
                                                                  Adonis


L’alba screpolava le tende
e la tua voce colorava le pareti
come una benedizione             

-Eri ancora alla conquista
dei confini-

ora parli di morte
e mi dici                 
                 -É un sospetto la morte-

tra le tende da campo giocando
nel fango. Fa effetto la sorte
se non c’è ragione.

Di quella mattina rimpiango il nome
e la discendenza, figlio di terra
e di quale destino,
quali le prove di tanta grazia
che ti ha partorito?



*



Nell’angolo di terra tra il vento e le lenzuola
stese sta Salah, giornate spese
a dare alla paura la giusta direzione,
a dare voce
con pazienza al quartiere di Bab Sba’à
nell’anima del legno.

Un segno gli basta, un segno
della sua terra che perde un centimetro all’ora,
una casa, una lacrima di segatura,
qualcosa

-Nemmeno una scheggia rimarrà
di questa miniatura, hanno preteso
anche la scia dello scorpione-

si agita mentre lo dice.
Scolpisce il suo nome nell’aria,
l’urgenza del perdono, nel legno
martoriato che si sfalda.


*



-La stessa carne che risuona-
mi dico,
               -è l’ampiezza dello sguardo
a stabilirne il peso-
negli occhi dei clienti sbircio
nello specchio ancora un fuoco.

Non è l’inferno Domiz, è il riverbero
di Dio sulla pelle dei fuggiaschi
a riscaldare il salone di bellezza;  

intanto sotto il trucco il sangue tenta il maremoto,
scuote l’aria fino al cielo

-Con gli origami delle dita, dobbiamo aggrapparci,-
mi dico,
               -alla vita-,
anche ai capelli dei bambini,
sgarbugliare il veleno dai pensieri,
fino al sonno
                        -Dobbiamo essere pronti -
io dico
            -riposati ed eleganti,
dobbiamo meritarci i nostri ultimi giorni-.




Massimiliano Mandorlo (1983) è subject e reference librarian per la Biblioteca di Ateneo dell’Università Cattolica di Milano. Collabora con riviste nazionali e internazionali su cui ha pubblicato poesie e interventi critici. Ha pubblicato per le edizioni alla chiara fonte Mareoltre (2009), Cascina con nebbia con 4 disegni di W. Congdon (2011) e Luce evento (2012) per Raffaelli editore, con prefazione di Uberto Motta.



OCEANO SUK

                                                         et terra mota est, et petrae scissae sunt
                                                                       (Matteo, 27:51)



grida                                                              

sepolto dietro strati di roccia
fossile, dietro questa pietra
levigata da millenni,
      roccia viva
            non scalfita dalle ere
ne avvertono la forza vibrante
di terremoto nascente
dal cuore nero della terra
arabi mercanti nel mezzo sonno
di una siesta pomeridiana,
ne ascoltano la voce ripetuta
da pietra a pietra come un mantra
le porte aperte dei macelli,
le carcasse che oscillano da uncini
nella luce accecante di un caldo
pomeriggio mediorientale
chi dite che io sia

Yeh-su
Masìh
Khristos
Nabì Isa
Ièsous ho Nazoraius
Yeshu ‘a ben Yosef
ישו הנוצרי
Hisus K’ristos

trascina sulle spalle
il peso della croce
che spezza le vertebre
legno verde
legno umiliato
legno schernito e flagellato
pietra dopo pietra,
roccia dopo roccia
su questa via dolorosa
che sale ripida in un labirinto
di suk e macerie chiamandomi
nel vivo della lotta, nell’eterna
battaglia del presente.




NUVOLE



«di tutte le cose
        visibili e invisibili»

cercano una strada
                         tra i grattacieli
premono        si capovolgono
masse d’aria e d’acqua celeste
lottano        per conquistare
                              uno spazio d’azzurro
si tuffano
                 nel blu        ultramarino
nel blu tremendo
                          di Michelangelo
nuvole        indicatemi la strada
        dentro creste di luce
dietro pareti minacciose       di montagne
riemergono        i visi dei miei cari
               di chi per lunga assenza
mi fu dato
         ancora più pienamente
e continua la sua opera    
                                     visibile e invisibile
dentro il mio umano     viaggio
                             terrestre.




Mariadonata Villa (1977) si è occupata di vari poeti contemporanei di lingua inglese in traduzione sulla rivista clanDestino, e sulla versione web di Atelier. Ha tradotto per la prima volta in Italia il narratore americano James Kilgo ( Dai luoghi profondi, Genova 2012). Ha recentemente curato varie incursioni poetiche nel mondo dell'arte e della fotografia. La sua prima raccolta, L'assedio (finalista premio Carducci 2013), è uscita nel maggio 2012 per l'editore Raffaelli.



CANTI DELLA FUGA E DELLA POLVERE


I.

e per favore, su di noi
non fate poesia

c’è troppa polvere negli occhi, sui vestiti

avevamo mani e fiori, il vento
aveva terre da sferzare
adesso resta solo neve
tra i solchi, figli nascono
per morire senza nome fra le tende
in tempo di magnifiche
sorti e progressive




II.


non avremo altro
che spade come patria

spade per noi nel cuore
sono tutti i libri santi,
e una pace di lama
che separa uomini e vuoto

Allah è un cielo grande sulla testa
ma il cielo sembra esserci negato

così siamo scappate, con stampe
a fiori sui vestiti, bimbi
bruni tra le braccia, nessuno
chiede Dov’è, ora, il vostro Dio
Dove danza il Re mentre morite



III.

non ci cercano più sulle carte
il satellite non vede dorsali
nei corpi  - si deve venire vicino, farsi
polvere con noi, farsi cenere

la crudeltà passa in dote oscura
da un mese all’altro, lasciamo ai giorni
un piccolo fardello di speranza

questi sono mesi tristi, senza stagioni
tutti ugualmente digrignano i denti
in silenzio, sul calendario



.....