60 Augusto Blotto

     Poesie Ticinesi

     Immagine: Imre Reiner, Der Vogel und sein Nest,
                          xilografia, 1947
      pagine 36

     maggio 2012


Augusto Blotto, nato a Torino nel 1933 ( le poète italien le plus prolifique de son temps et, peut-être, de l’histoire italienne: così  Philippe Di Meo su NRF n.583) è autore di 59 volumi di cui 21 editi e quattro disponibili in rete. Alcuni titoli : Trepide di prestigio, Svenevole a intelligenza, Tranquillità e presto atroce, La forza grossa e varia, La vivente uniformità dell’animale, Gentile dovere di congedare vaghi. Importanti contributi critici sono contenuti nel volume: Il clamoroso non incominciar neppure - Atti della giornata di studio in onore di Augusto Blotto - 27 novembre 2009,organizzata  dall’ Università degli Studi di Torino; Edizioni dell’Orso - Alessandria.

 


        



Quando venni a Lugano, ero assente come un
procreatore: l’aria soggiornava, direi,
i posti ve ne puntinarono in anni
sì che il cavolo dell’usato sghembò, con il suo assiduo,
e tronchi  intercidere nuvolarono il gas d’esservi
e di non spiacervi il ripetere. Le bandiere, ad esempio,
nitide presso le oche; con l’arrivare di urbani

E che poco si capisse è il cerro di rondoletta
nube sulla banca, qual consistere della limpidità
Poi con gli anni uno è sempre più manto
arido, di colli (penso a semi-frane,
tra scheggioso verdastro a tropicali
entroterra, Port Louis saggiandone vista
elegia, o Genova), e anche il frutto lo impegna
a cadenzare nel mastice, come ognora
sia librato il respiro: immagini fumo
inducono al viaggio a nord di Brema, e tubo
che sia il lusso pesante sempre scopi
di ritornare a battere sul luogo del denaro
pacifico al sole, che è trasparente lavandino
(traboccar in fili uniti da parapetto
di torrente, rimbalzar bagnato il biondo)                                             E’ troppo tuttavia come si dimentica
brevemente di annotare le cose grosse: gli anni
importanti in un “uomo”, dai 35 ai 55,
sono troppo spaziati da sottintesi – georgici
perlopiù, ma quanto conta l’amenità nel crudo! –
per ricostituir pupattola o spazzola quel
tourbillon d’aria nei luoghi che è il corto
e dopo di cui si ha un ritorno appuntino
gelido di salutìo, nella costolatura un po’ lessa
di lana, dei posti
                             La cui dimenticata,
per assegnamento, proprietà di forma, individe
spugna da bronco cerebro, allegretto
se vuoi, confesso; stanze se ne
assieme stanno, sopra un cielo da piccolo Messico,
da turbante ciabatta del collocarsi presso noi la città
e aver l’industria furba di sorridere ai loschi

Come un abbraccio felice ai motivetti rapidi
(marziò un mattino a tunnel aeroporto
e bulbi interni furono consolamente
vaghi di migrar  (stiro) il vascolo magro di essi stessi)

Lugano, gennaio 1977




         Una profonda pesca intelligente, la guancia
contro le città al mattino, ombra di colomba
e gran cavo come per il polpastrello tondo

Il fisso di aver la vista in dieresi
segue il colo d’olio della pioggia gheriglio
con l’a fronte della fondità
                                               Anche così
il color sangue è secco di polverina e ho
da averne il canapa di tossico, così
è il serio, si accomodano così i grandi ferri
(diti corona sporchetti di come sangue
sfogliato, all’intimo della ruggine: entusiasmarsi).

E’ inaudito, come non possano trovar perfetto:
area, grigio, e poi aver tutti i nostri
polipi, ordinati, con il verde reciso
che odora di signorilità secca, il vialetto
diurno. Ma più una configurazione, gommosa
tanto liana, di ombra donna cui io
sbocco di non saper io stesso, il
per antonomasia, quale la maggior freschezza
e quali domani rotòndino il rosa, in una casa                                    nella quale si riceve quello che abbiam sempre
saputo: la sua robustezza è un ‘infanta
nastrata dal logico azzurro, (n)ascondina solo per intelligenza.

Nel ligure o svizzero, detti quali io osso
mi fechi dalla falce della mamma,
è importante fissare la pioggia da assolutamente
sgargiante interna stazione, come Acquasanta:
un pino diviso e fermo: una palma, durissimo
intervento, scrosciata da una daga di divisione:
altri grossi pensieri e uno stia bene a mezzo,
e a mollo, verdissimo nel santuariare dei coli
fecondi, che ispirano uno salamotto ai Forti,
di collicchio di appoggiar il valico
                                                            Perché il verde,
sdrucita bottiglia meravigliosa, un massimo
di muscolo mura, e il divarico grandone
ne è il granettino di sempiternità, foresta
sigillo, echeggiare delle pietrine
o arcioni, nella palla del vetro
bello per sfericità ombreggiante, un sodo

E’ così veloce che io vi sto bene, i mezzi
per barcheggiare il mangiare scaturiscono quella dura                     regionalità di rigoglio che è il rivoluzionare come fonte
spiccia, lo sfumatissimo avvenire
rosmarino lasciato da un lento....
                                                         E’  l’ottagono
o l’inguine, della glutinità tutta
frecce di direzione, temporario arricchito
a irradiare lussuoso e contenuto, meno
quasi che ne parli un santo, il paesaggio
con l’incubazione eterna verde d’una mamma snella e malata
Con il tutto, falcina.

                                  Fiume, che ha
nutrientemente accecato, col posare di piombo
le audizioni vertiginose di sera pace,
le scalette (muratura e passeggiate)




Lugano, Berna, maggio 1977






      La purezza in gravures delle paraocchi cose che mi vengono in mente
dessìna diagonali da scheda, ombre pulpito
o polipo, nel lago di cartine.
                                 Quanta
tenerezza ascendente, la prodicella brinata!

Casa ne è contigua, caviglia di cuoio
o rame: la inneverà per il buio,
che è sale raccolto, un rosa, un forcato
duro che è troppo inteso al famigliare
per che non ne sorga un modo, una spinta, di spallierarsi
attiguo all’affetto, incubendo fin su ghiaie
con lo sguardo, atterrati al bachino azzurro
del turare o disgelo, presso mucchi nel freddo subitaneo
ombrelliferi (mantellina) e vedi campir una palma
ringhiosa di giardino blu sotto il nuvolo

Pochi sforzi lessi da èntero, la malinconia
pomeridiana: e faccettine muratorie
di erba con la neve o brina a tartufare, sotto la casa
rosa-brusco che ha balcone bruno, attiranza
di che si sia in più d’uno, in famiglia
coniugale, e prospettuale...                                                                     Lassù il duro
del pittore assottiglia le visuali
mangiabili a creta  e pur florate di nobiltà;
“lassù”, è un umido di giardinotto lumaca,
assai prossimo, mirabile, dentato
per friabile cece della risacca
dorat’interna del terreno
                            Venite,
lillipuziani comporsi di come si viveva
allora! La debolezza del non rifarsi
una ragione, un vòltolo di coltre, un nome
pronunciabile, tutto questo è turchino, gelare
le ghiaie presso le curve d’asfalto, biondini
di terrazze sian prèsti a servire, souvenir
buono d’indelebile, dell’averci salvato
per la fantesca d’un momento, minuta, che si sia curvata
a non rifiutare risposta a una nostra comanda normale,
tutto il trouble del chiudere gli occhi al-sobbollimento
gratuito e mezz’arso, dello star in punta e airvagàr vivere

Viuzze crunate di signorile, spilli
di grigio rosa nel silenzio adattatosi
senilmente al feriale, nulla che possa
capitare nei giardincelli canarin’umidi
freddati nella brioche d’uscire a svolte                                        asfaltate-zigrino sopra vie di funicolari
o treni, solinghità della campanelluzza
 -  e balcone abbaglia scopa invernale -  o il cane
che màrtora il suo passeggio non senza amico
signora...
                Quanto serrare il cuore,
agli occhi, di rivalerci, inverno
sorriso, per quel che di più non assiste (=può)
(sopravvivere, ottenere)





    Il freddo, chè è dolce di targoni di usci
verzerati del solo tipo spatola spina:
le briochelle, dell’argento, cui lunga sonagliera
pania in torta l’acquiggiare appunto modesto
dei flutti di bernoccolo di decolorìo
che qui ingrassano di lievissima rena morchia
il tempo sospeso in cucchiaio, il clima, della babbuccia avanzamento
dei villaggetti tristissimi di nettato
avendo quel freno della vergognetta roussouline
la cedola di marzapane, cioè d’intacco,
l’ùsolo di paese straniero con le sue granulose
freddi e durezze, un elmo fatto a babbuccia
nei flutti cremoro bruno dell’aria pulviscolo
sunto e un po’ cima, come cavoli scimmiosi ( per crema ),
come pastone di scie:
                                     povertà degli esplani
del tamburellare ricchezze e il perché ,
eczema anglomane del signore erettosi,
floscio, dalla conturbata tetra del gilè.

Essere senza ancelle, per quel che siamo,
e i regolini così sempre suggere il sale
del nostro movimento, che , ma io dico, si va facendo pneus              nero di stordito,
                            quell’adusto polipone
di sapere ben no come perché sarà riservata
la capovolta del disastro in questo strano soleggiato modest’
ocra di fluidorata réquin vacanza, questi andar a letto
                                                                                    [a cimitero ( piedoni...),
che si posson pensar al mattino di questi ansimanti giorni, tali per
il cambiar sede, la rocchetta svolazzo del robusto


Ambrì Piotta, agosto 1961



PARTENZA  PENSIEROSA


        Qualcosa è successo.
                  La ripidità industriale
dei prati bagnati in un sogno di paese nodo
di traffico, laviera scrosciante di sentierini,
avverte che il malessere è segnacolo
di un permanente e mezzo girato.
                            Freschetto
alle spalle? Criminalità non ben precisata?

Sento che da questo giorno
dirò “da questo giorno, Olten” come si fosse girata
di cuoio, secco, la lingua, in nuova biografia
continente, tortuosa di brumale,
“insofferente”
          Da dove è la contraenza
sottile, di un malore da fine, addentrarsi
cautelati, è il quadro di colline
come spalliera tra cui gestire, appiccicati
all’oggi del quarto a destra o,
è il non calcolo del brivido che mi induce a dire non so
e qualcosa inghiottire di rullato e sorvolato

E il peggio che riceve i colpetti di direzione sulla nuca?
Lo annoda in crochet d’ammuso uno strano essere di starsi
Olten, giugno 1989




Lugano ( Montarina ), dicembre 1991