59 Melissa Melpignano

     Lento notturno

      immagine: Melissa Melpignano

      pagine 32

      aprile 2013


Melissa Melpignano è nata nel 1984 a Castiglione. Dopo il liceo Gonzaga, nel 2002 prosegue gli studi da borsista alla London Contemporary Dance School e al Conservatoire de Musique et Danse di Lione. Nel Regno Unito lavora con coreografi come Wayne McGregor e Hofesh Shechter. Torna in Italia, a Venezia, per sviluppare l’interesse in teoria della performance, laureandosi con lode a Ca’ Foscari e continuando a danzare alla Biennale. Continua il percorso artistico in Svizzera. Nel 2013 si trasferisce negli Stati Uniti per il dottorato a Ucla, con una ricerca sulla danza in Israele. A Los Angeles insegna, scrive e danza.






FUMI



Il covo del proprio petto
per rifuggire nuova aria
non è mai troppo spesso
angusto.
Collassi su te stesso,
si spegne l’ultima luminaria
io è soggetto.

Dall’altra stanza
(mosche cieche sbattono
contro il muro affianco)
chiamano.
Alzi la testa stanco,
moduli il tono:
«bene», con noncuranza.

Ascolti il ricordo delle labbra
nell’istante in cui
lasciano il filtro:
sospeso
il respiro dentro                                                                       s’insinua nei bronchi bui,
s’infiamma una vertebra.


Ti sei perso scorciando il passo
e hai sbattuto il petto
contro la tua stessa schiena;
affondi
all’indietro per la piena
che sommerge il tuo antro ristretto;
finalmente soffoca il chiasso.




CHE DI LASSÙ



E si continua di carattere in carattere
a pensare all’inverso…
Nel corridoio giochiamo entrambi
a mosca cieca,
braccia lungo i fianchi;
aprire gli occhi al buio
confonde di più
- giochiamo a testa in giù.
Riflessi degli specchi proiettano
l’enigma della luna attraverso
i muri. Nulla è poi così lontano.
Non vale spiare, luna.


*


Il riflesso del lago rispecchia
da un palazzo alto
la ruggine dei chiodi
che semini dalle tasche della giacca,
termini di continuo passaggio.

La tua carezza mi arrossa il viso,
la guancia si affossa
e sulle tue dita stracciate
non resta lo spazio
per un accenno di saluto.

Raccogliendo l’ultimo chiodo
schivo un raggio che taglia la pupilla:
dal mento alla fronte
leggo nel tuo viso la passione,
imbambolata mia nostalgia.



*


Ho amato molto vedere che non ti riconosci più.
Ho raccolto brandelli di te e fili
che ho intrecciato: saranno per te
il tuo ricordo.
Ho molto odiato essere memoria di te;
il mio corpo ha sorretto il tuo peso
e lo indagavi, risalendo
per i meridiani delle gambe
e i paralleli degli sguardi.
Ma lì c’era già dell’altro
te, slegato;
umida ultima
spinta per sganciarsi…
Ho raccolto brandelli, fili e stracci tutti:
al tombolo con gomitolo fino
ricàmati;
tra le maglie mi inchioderebbe l’ago,
ma da qui posso vedere il nuovo disegno.


*



NOTTE 2
Insonnie


E mi arrendo a questo sordo vuoto        
La luce non dura
    e nel niente agli occhi il riposo.
Dite tempie agli zigomi
che le palpebre     sono un soffio
caldo di sabbia che rimbomba
tra i denti.
    E abbiate cura di voi stessi,
di noi stessi,
se stessi
sì sì

La faccia dorme sdraiata sul braccio
duro dell’omero sano
e un fischio che vibra nei timpani
mi fa compagnia;
qualche luce spia.

Scrivere in pazienza si fa solo con la penna
che gratta a vuoto.



*


LENTO NOTTURNO



Prenditi questo sogno
e specchiatici inebetito
e dillo che non sei tu
- almeno raddrizza
quelle spalle
e guarda lontano:
il grigio della matita
gratta e non riesco
a dormire.



*


(ALLA FINE)




Distinguere il momento e la condizione.
Tra un momento e un altro vi è della strada. Ogni momento è nell’esperienza e il corpo registra lo sforzo dello scavalcamento; è anche un corpo allenato, un corpo che si allena – è un corpo nella durata.

Salto di versi.

Il salto a ostacoli prevede una tecnica plasmata per rendere l’atleta più efficiente, rapido, agile. Stamina. Sprezzatura: non c’è tempo per lo sforzo, il gesto è troppo fine perché una smorfia di troppo, un’oscillazione superflua spezzino l’equilibrio della corsa lungo la galleria trasparente del percorso.
Il movimento dell’ostacolista è seducente: nonostante la velocità, il momento dello stacco e dell’attraversamento si configura al nostro sguardo come una sospensione,
il ballon – il danzatore continua a far fluire l’energia all’apice del suo grand jeté, ma noi spettatori blocchiamo il fiato sotto la lingua, conserviamo in gola quel tempo donatoci e ci domandiamo come mai lui può, e il piacere si fa devozione.