54 Daniele Bernardi    

     Ballata/e degli alberi solitari

     immagine Daniele Bernardi

     pagine 32

     settembre 2012


Daniele Bernardi è nato a Lugano nel 1981. In seguito si è trasferito a Roma per motivi di studio in ambito teatrale. Alcuni suoi testi sono apparsi nella breve raccolta si opera nella sola durata – sei poeti (Lugano, alla chiara fonte editore – 2003), all’interno del cofanetto l’antologia della durata con la plaquette Tutto questo andare a rotoli (Lugano, alla chiara fonte editore – 2003) e nelle antologie Di soglia in soglia. Venti nuovi poeti nella Svizzera Italiana (Losone, Edizioni Le Ricerche – 2008), CORALE PER OPERA PRIMA (Faloppio, LietoColle – 2010). La sua raccolta poetica d'esordio si intitola VERSI COME SASSI (Faloppio, LietoColle – 2009). Vive e lavora tra Svizzera e Italia.





1


La nausea, quella del muro. Eccola. Scalciare,
vomitare, fottere e piangere. Eccola, la nausea.
Prendere a piene mani un cuore, un seno, un volto.
Non basta. Sempre qui. Dentro al rimorso, stretto
tra i denti, come un’offesa incisa sulle labbra terse.
Sono un taglio, la chiusura d’uno sfintere, l’ombra
di un’ombra sull’ellisse che sfugge alla cattura.

Piegarsi, recidere, decidere, decidersi, deridersi.
Irridere per sopravvivere, sostenere l’indistruttibile
con la sola forza delle mani. Quelle di prima. Quella
di prima. Una mano sola, solo una mano sola. Una.
E trina. Come un occhio spalancato sopra la polvere
del nulla, fattosi di botto colmo d’acque. Debordare,
ricordare, eliminare, cestinare, ruzzolare. Giù, giù.

Giù. Più giù. In basso. In fondo alla negritudine.
Alla razzia delle caligini. All’erosione dei cristalli.
Dove tutto pare incastonarsi nella fissità del caos.
E lì, tra la nausea, i muri, i seni rotti di bambole
derise, le ombre frantumate, i frantumi, gli affranti
ed i ristagni, lì, una mano. Una mano sola. Una
e trina. E dal petto, un battibecco d’ali. Nel polso.




Bisognava oggettivare il discorso. Si reclamava
a gran voce. Porre il fuoco dell'obiettivo fuori di sé.
Fuori le mura. Fuori dai gangheri mi dibattevo, e
nonostante i tentativi si accumulassero, erano vani
rispetto all'urgenza della richiesta. La poesia,
prigioniera della propria soggettivazione, stingeva.
I madrigali, le ballate, gli endecasillabi scoscesi

rimanevano pure sospensioni nel vuoto statico.
Allora tentai una nuova rottura, dall'interno. Prima
fu come lasciare il passo ad un'erosione latente.
Poi, qualcosa cedette. Vennero così i tramonti vivi,
le distanze che solo la perdita concede, i rovi
con cui ci si spoglia delle proprie armi. Lentamente –
con la lentezza che hanno i mostri / del fango –


Con una poesia al giorno, mi dicevo,
sarei sopravvissuto. E ridevo
se pensavo a quanto tempo avevo
passato senza l'ombra di una frase. Chi
conobbe la mia salma in quei due,
tre anni trascorsi come un cane su un viale,
si ricorda che vivevo come se scrivessi
di continuo, sempre, ininterrottamente rotto
dal travaglio della parola in moto.
Non era così, ma lo era. Che dispetto!

Qualcuno avrebbe potuto lagnarsi
di una tale, insensata, voglia di sopravvivere
o di sopravviversi. Sempre aggrappato
al mio albero solitario, come in una ballata
per scolari di altri tempi, mi dibattevo
tra frasi rubate, versi strappati in corsa
nella distanza da una stazione all'altra. Era
un tempo di ristagni e folgorazioni improvvide.
Poi sarebbe venuta la staticità totale, non ultima
ma letale. Quella che pare voler definire

la fine di un'epoca, di un movimento di idee.
Sapevo, so, che qualcosa, nella mia cieca
avversione al futuro, mi riservava e mi riserva
ancora una sorpresa. Probabilmente la più vorace.
Quella che scava il torace come un malee                                 abbandona il corpo in una nebbia di secoli
invalicabili. Ma cerco di contendermi quest'asso
nella manica – che è la parola, nonostante tutto
ancora viva – con chi mi invita all'incontro
ed alla sfida che ne consegue.


......


*

2


Quando non c'è più nessuno che ti ascolta
battere sulla tastiera, e la casa è vuota
– infestata dai rumorii più flebili, agili,
pronti ad intrufolarsi in ogni dove – allora
tu tendi l'orecchio verso il cielo che, poco sopra,
rinfresca col proprio colore la tua notte.
Una colonna di automobili tigrate luccica

lontano. L'asfalto è raschiato dal ruggito fioco
di un tram diretto al deposito. Il rossore
dei semafori bagna ad intermittenza strade
e mucchi di vetture allineate lungo i ponti. Ecco
un topo tra i rifiuti, la coda nuda che corre
trascinata dalle zampe. Questa è la Prenestina.
Qui è il Pigneto. Proseguendo c'è solo

polvere di binari, tristezza e raduni condominiali.




Non ci sono ore liete per noi. Oggi
qualcuno è venuto a bussare ai vetri della cucina.
Allora rivediamo alla luce di questo incontro
– con la paura nel cuore – la terra distesa nel tempo.

Sebbene distante, estranea, la visitazione richiama
come una mandria i pensieri di tutti. Ci vuole il vuoto
e lo spazio, per ascoltarne con la dovuta calma
il suono di corno. Dilatato dal vento respira ampio

la propria nota. La Notte oscura dell'anima
è tanto vasta. Tanto semplice. Semplicemente inaccettabile.
Passa una sconosciuta lungo il bordo del selciato.
Il suo incedere ha un suono regolare, di goccia che cade.




Oggi canto una canzone per i miei amici
che non sono morti. Oggi, vestito a festa,
sbatto contro il sole, come contro il muro della solitudine.
C'è una tale dentro alla mia testa

che fischietta un motivetto tanto allegro
e tanto amaro. Solo ieri, come in quella pagina arancione,
dicevo al vento – C'è nessuno qui dentro? –
Ma era così naturale non avere risposte

che subito mi sono abituato. La mano e il suo calore
scomparso si scioglievano tra le righe delle dita.
Non temevo nulla quanto il prossimo passante.
Ascoltavo l'aria di una vecchia cronaca

come la sera della prima. I tagli del governo
mi sembravano questioni irrisorie. Ridacchiavano
tutti quegli omini sui giornali. Ma la guerra
tardava a germogliare. Allora io pensavo – Perché

preoccuparsene? – e nel frattempo tutto il mondo nereggiava
di noia. Prendevo l'autobus e il cappuccino
e scrivevo alla governante di aspettarmi prima di uscire,
perché non ero certo di averne le forze.


.....