52 Andrea Bianchetti

        Estreme visioni di bianco

       
Immagine Laurina Paperina

        pagine 32

        ottobre 2011



Andrea Bianchetti (Milano, 1984) vive a Bellinzona in Svizzera, dove lavora come insegnante. È laureato in letteratura tedesca presso l’Università Cattolica di Milano e in letteratura italiana presso l’Istituto di Studi Italiani a Lugano. Nel 2007 ha pubblicato la raccolta poetica Sparami amore di cera (Alla Chiara Fonte editore). Nel 2012 esce, sempre per Alla Chiara Fonte editore, Estreme visioni di bianco. Nel 2013 pubblica (Locarno, Ana ed.) il poemetto in tre tempi
Carneficine, portato a teatro da Opera retablO. Nel 2015 ha vinto la borsa letteraria pro-helvetia con il suo nuovo progetto intitolato
Gratosoglio. Nel tempo libero si dedica allo studio dell’entomologia e delle percussioni.






da Arrossamenti


E sei anche la lettera:
giunta da lontano,
da neon notturni
pieni di fumo di sigaretta:
sei la busta appoggiata
nel vassoio argentato:
io il bambino nascosto
nel sottoscala contando
le assi sporche di nerastri
di blatte: aspettando
mio padre, baffuto d’anelli,
aprirla: tremanti
le mani d’altri tempi.


*


Nuda:
le cosce ad aquilone;
all’interno il nylon
e un buio di turbe:
e poi
il desiderio,
il desiderio di non sentire più
i gabbiani
sbattere contro i vetri
nei piovaschi estivi.


*


Voglia di stare con te:
di portarti in giro
nell’afa di maggio:
di parlarti dei petali,
di cicalare di Carver,
Caproni e McEwan:

voglia di toccarti il sedere
e farmi rimproverare,
voglia di leccarti un gelato
al pistacchio e crema
e sentire la tua allergia
sulle mie guance:

voglia di alzarti la gonna,
di ballare con te con una
musica sussurrata da me:
di pestarti i piedi ferocemente,
e ridere come due idioti
che non hanno niente a cui pensare.




da Estreme visioni di bianco


Me ne sto seduto sulla carena di una vecchia automobile
a fumare e a contare le fitte ai collassati polmoni.
C’è odore di alluminio e di miele: lei se ne sta con il seno all’aria
mentre le cavallette s’annidano nel ventre come feti
troppo piccoli per esistere.
“Oggi fa proprio caldo, non dovresti fumare così tanto.”
Mi aveva guardato per un momento
poi era tornata a staccare le gambe agli insetti.  Aveva gli occhi
color dei tombini, quando aperti straripano di fumi palustri.
Così si stava fermi, un po’ più leggeri,
davanti a quella zuppa di ferraglia e stridori
di cavallette mutilate, amandoci segretamente, incolpandoci
di non essere abbastanza pesanti per fare di nuovo l’amore.


*


UNA POESIA CHE MI COMMUOVE



“Sabato prossimo è il mio compleanno.”
Butto giù un’aspirina e la fisso. È bella.
Ha la pelle come le bottiglie di marsala: come il brodo di sole
quando la barca s’affossa nella notte e le stelle,
esauste, si divincolano su sé stesse come la lenta rana
caduta di schiena e il dito del bimbetto che le tocca il ventre,
pensieroso. “Tu che fai? Io vado in piscina.
Piacerà anche alla bambina… sarà contenta. Faremo i biscotti
al cioccolato, gliel’ho promesso.”
L’aveva detto con un po’ di malinconia, senza guardarmi.
“Non credere che sia scema. Non ho letto i tuoi libri,
ma certe cose le capisco.”
Poi si è addormentata tranquilla, come mai aveva fatto.
Ed io lì, dito nell’occhio, che non ho saputo dirle niente.


*



A F.



Eppure, più su, dove lumi di stelle divengono più opachi,
il cielo si fa più fosco e oscuro: lì, nel silenzio
delle orbite incolori, in una sordità di polpe di ragno,
qualcosa ricorda il passato:
quando da bimbetto ti sei rotto la clavicola
crollando da un’orca di plastica gonfiabile.



*


L’estivo premeva sui ventri dei grilli,
facendo gli occhi gialli come quelli delle anguille.
Sul retro, nel giardino, una pozza stagnante
dove da bambino facevo il bagno con mio padre.

Ma quel giorno decisi di svuotarla.
Come trincea troppo allagata:
azionai la pompa felice e come una defecazione
gettai l’acqua più sotto, dove iniziavano
le cispose ciglia del lago.

Un bimbetto mi osservava con un giocattolo tra le paffute mani
dalle unghie nere come gli insetti:
“Perché tutto questo lavoro? A me piaceva il tuo stagno:
c’erano i bambini delle rane”. Ma non si aspettava una risposta.

Finito il lavoro notai che sul fondo,
accanto ad una carcassa indistinguibile,
immersa in una fanghiglia fastidiosa,
si distingueva bene la sagoma di una croce in legno,
forse, delle dimensioni di un uomo.





da Nero è il luogo del delitto



C’è un’infermiera che mi hanno
detto fare l’amore con attenzione.
Aveva le mani rovinate dai fumi
di candeggina. Aveva sposato
un cuoco di Genova che la menava,
eppure cucinava delle trofie
al pesto meravigliose.

Più giù un operaio non si è ripreso
da una sbronza. Ha scordato di portare
il figlio a scuola, glielo aveva promesso.
Lui ci prova a volergli bene.


*


Una ragazza, forse è ancora una bambina
che non pensa al suicidio, siede
per terra ascoltando una musica.
Ha le mani bianche, senza unghie.
Ha pianto tutta la notte, asciugandosi il viso
impiastricciato con il lembo del lenzuolo.
La madre le aveva chiesto se la notte
aveva caldo visto tutto quel sudore.
“Non ho caldo” le aveva detto. Ma
la madre le aveva lavato le coperte,
e messo quelle estive. Poi si era seduta
in balcone, tra il profumo di bucato e di
sugo, pensando che avrebbe voluto
che qualcuno la portasse a ballare.


*


Poi c’è una negra che mi sfila sempre
davanti. Cammina come cadono
le mele, in estate. Sembra quelle cameriere
dei ristoranti americani, vestite di rosa,
che hanno sempre in mano una torta di albicocche.
Ha la bocca contorta, come un fico aperto,
enorme, ma due cosce da tinca in ovulazione.
Non potrà avere figli.
Non l’aveva detto a nessuno, nemmeno
alla madre. Forse non avrebbero capito;
come se in qualche modo fosse una sua mancanza.
Ma forse lo dirà a me, che ogni mattina
fra sussulti d’esistere, odore d’uova fritte,
ammorbati fumi gastrointestinali, vagine
dinoccolate, qui, seduto,
l’attendo.


*


UNA POESIA D’AMORE
                                                            (a P. e F. )


Pomeriggio inoltrato.
Preparavo un caffè:
aspettavo che la caffettiera
gorgogliasse.
Dalla finestra si vedeva
una pozza mezza prosciugata
gialla che pareva piscio.
Due fratelli (a dicembre era
morto il padre) si lanciavano
il fango, a petto nudo.
Alcune mosche grosse come tonsille
non davano loro tregua.

Avevamo litigato.
Ti eri chiusa nel tuo
studio. Lavoravi
da un po’ di tempo ad
un libro che nessuno
avrebbe mai pubblicato.
Per questo ti amo.


In realtà ti amo anche
perché ti lisci i capelli in bagno,
prima di uscire con me.
Anche per andare a bere
una birra: tu ti lisci i capelli.
Paiono linguine in brodo,
sono grossi come arterie,
ma non te lo posso dire.
Ti amo anche perché
la mattina, quando sei
nervosa e non mi vuoi
vedere, mi mandi a preparare
il caffè. Come se ti dovessi
chiedere scusa per qualcosa.

E io lo preparo.

Veniva sera.
Era uscita la madre dei ragazzetti.
Aveva il viso rosso. Coprì il
più piccolo con un asciugamano.                                                                                      L’altro si rigettò nella pozza,
facendo il morto.

Versai il caffè in due tazze.
A lei piaceva nero.
Era entrata in cucina. Aveva
gli occhi più grandi, come
le mani dei cadaveri nei torrenti.
Bevve silenziosa. Mi baciò
sulla nuca, ma forse non me
ne accorsi nemmeno.

Per questo, ti amo.