49 Elena Jurissevich

     Le parole tornino fiato

     immagini: Niccolò Iorno

     pagine 48

     gennaio 2012



Elena Jurissevich (Lugano, 1976) ha studiato teologia e lettere in Svizzera romanda.
Collabora alla rivista Hétérographe. Revue des homolittératures ou pas; e impara a insegnare italiano in un liceo ginevrino.
Per alla chiara fonte ha pubblicato: Salmi di secondo tipo, 2005







Sono la donna frangivento,
panzer di vetro, ovunque fessurata
ma fiduciosa. Sono la donna
carta da zucchero che si affloscia
ride e ringrazia.


*


Un solo dente fosse per un dente.
Un solo cuore per un cuore.
E tu giubili e imperversi.

Misericordia confitta
nella nuca, e confido in te.

Fare male. A titolo preventivo
di conguaglio dolore.

Divento iena snaturata
sangue pulsante e gozzoviglia.

Non germoglio
per fedeltà rifiuto.

Perché offri sollecita un pasto.
Dov’è il terriccio? che me ne impasti
lo appicchi alla pelle.


*



Un inciampo. Dacci oggi il tuo pane quotidiano.
Come pregare se il pane entra esce ogni giorno
asservisce. Ogni giorno, il versetto s’appaiava
a una burla. Capivo solo padre nei cieli,
come in cielo così in terra. Mi piaceva che il cielo
si specchiasse in terra. Che Dio avesse bambini.
Che nel nostro fossimo anche noi.
A Notre Dame, sotto l’oro de la Garde,
ho intuito dentro perdonaci come noi
perdoniamo un mistero. Fratello del segno
                                                                    che YHWH
aveva a Caino impresso prima di disperderlo
errante e fuggiasco in terra di Nod.
L’antidoto che spezza la coda
da chi n’è corpo, morsa.


*


Dio che parli strano e taci, c’è un uomo qui
su terra, solo quanto solo un genio. E quest’uomo
somma dolore, perché cresce conoscenza.

Ma quest’uomo nello sprazzo, quando scema alcol pasticca
tra brandelli d’eucalipto, là alle labbra di quel lago
che il tuo popolo risucchia, e davvero ci cammini, sopra
                                                                                              senza
dio né mago – t’invoca spezzato,
spiana la mano – e sei tu.

Ha creato – ogni alba novella – Dio – ai limini del creato
il caos sospinge – ci incappiamo sì, come Giobbe, – eppure
siamo – sul palmo di Dio.

Non l’hai visto non ci crederai nessuno mai
ha creduto in te con fede infante e tanta.


*


Un villaggio aveva per saggio un albero.
Due rami maestri correvano lungo il prato.
I pomi squillavano d’ocra e fragranza.
Nessuno si avventurava a gustarli.
Un ramo era veleno e morte. Si era scordato quale.
Un’estate d’afa rincorse una primavera senz’acqua e
inscheletrì in un autunno, in un inverno riarsi.
Schiusa primavera, i campi erano stoppa.
L’albero saggio solo fiorì. Un padre, immoto
fissando il figlio morire, colse visse morse.
Gli abitanti decollarono il ramo
danzando si spartivano i frutti.
L’indomani erano fra la polvere
e l’albero, solo sterpi e un rogo.


*



Sotto al tocco il tuo corpo è velluto notturno
di aiuole e garofani, e le ciglia, come chicchi
curve di caffè. La tua gatta ti partorisce
addosso. Eppure sei aspro quanto la frusta
del sole di marzo, eppure mi calamiti più
dei passeri cantori nelle albe di febbraio.
E me fronteggi con pazienza,
e parole battagliere
di possessione e
presenza.


*


Hai gli occhi larghi tagliati
di fresco. Hai l’odore bianco,
nella carne una magnolia.
E hai corridoi anche tu interrati e
ti dai senza darti e senza darti ti dai.

Apri braccia di filo spinato.
Mi sfiorano dita essicate
Je voulais t’éclater la tête
comme un pastèque.
Strofini i nostri nasi come
becchi tesi ci imbocchi.

Ti sfiati a non regalare.
A non mancare. A avere fame.
Sono colei che si uccide quando
vive e appena muore vive.
Sono la donna delle sottrazioni.
Sei l’uomo d’una fede.