103. Lia Galli

     Costellazioni distoniche


      Immagine: Michela Pelagatti

      pagine 74

      maggio 2019


Lia Galli nasce a Sorengo (Canton Ticino) nel 1986, colleziona cappelli e beve troppo caffè. Laureata in filosofia e letteratura italiana, sogna di incontrare Baudelaire nel bar sotto casa. Suoi testi sono apparsi su riviste, tra cui “Opera nuova”, e sul web, mentre alcune sue poesie sono state pubblicate nell’antologia Non era soltanto passione - Generazione degli anni ’80. Nel 2015 ha pubblicato la sua opera prima Non si muore più per un bacio.


____________________________________________________________________________________________________________________



Simili a lunghi dragoni dormienti, tre costellazioni si snodano nell’oscurità spezzandola in intermittenze e spasmi. Alla soglia di ognuna di esse si erge una città che ne custodisce minacciosa il passaggio. Dapprima si incontra Tiresia, città di nevrosi e timori in cui regna disturbato l’io, poi si giunge a Ecate, cittadella degli incantesimi d’amore, infine, attorniata dai mari, ecco apparire vorace Sisifo, città che si narra contenga, ignaro, chiunque vive.



I. TIRESIA


TIRESIA

Si sviluppa in verticale
su pareti di cristallo altissime
e vertiginoso è il suo confondersi
negli ultimi piani dei palazzi
con le nuvole.
Fragile è la sua ossatura,
nodosa e sottile
come zampe di giraffa immobili;
l’hanno chiamata Tiresia
perché seppur cieca
crede di sapere il proprio destino.
Potrebbe esser saggia Tiresia
ma è invece città di corvi,
le serpi le si annidano in seno,
le martore addentano
dei passanti le vene,
mai nel presente vive Tiresia
ma esiste solo nell’attimo prima
che le cose davvero accadano.
Tra le sue strade
donne e uomini sono affaccendati
a fuggire quello o quell’altro male
e mai nessuno respira.





VIRGINIA
                                                                      A Virginia Woolf
Virginia,
e chissà se mentre scendevi nel fiume
passo dopo passo, passo dopo passo
lenta nel tuo necessario incedere
verso la sparizione verso il nulla
hai pensato anche solo per un istante
di fermarti
di tornare indietro.
Chissà se mentre ti immergevi nell’acqua
Virginia
hai sentito sulle tue spalle fragili il peso
della separazione irrimediabile
tra te e tutte quante le cose
o se avanzando ti sei risposta
che tra te e il mondo erano ormai erette
da tempo immemore
pareti di ghiaccio e fuoco, lastre di arenaria
silicio, carbonio, zinco, magnesio
pietre e vetri invalicabili.
Chissà, Virginia
se assieme ai fantasmi hai rifiutato
anche l’amore, l’odore dei fiori freschi
la brezza della campagna inglese
o se hai voluto, sbagliando, salvarli
tu che era impossibile salvare
tu che hai pronunciato come addio
parole d’amore e di resa.
“Se qualcuno avesse potuto salvarmi
saresti stato tu”
è la prova che siamo isole
e che gli arcipelaghi, come le costellazioni
sono invenzioni della speranza
quasi utopie.



COLTELLI

Nel dubbio che logora hai eretto la tua casa,
la mente una stanza vuota in cui rimbombano
sempre le stesse le stesse domande
e ti nascondi tu, dietro una tenda troppo corta
e non sai che da qui posso vedere la fine
delle tue gambe bianche, le tue ginocchia
come nodi, come legno, quasi secolari nel dolore.
Tiri la tenda per coprirti, faresti del velluto
un sudario, della cera un rifugio
che quelle non sono sirene, non è un canto
non c’è insidia là fuori e dunque fuga
ma tutte quelle voci, quelle voci sono in te
e non ci saranno i Sonic Youth a addormentarti
e non ci saranno suppliche preghiere pillole
capaci di chiuderle fuori, finalmente fuori.

Hai ginocchia bellissime, lo vedo da qui.
La fatica di sostenerti le ha rese affilate
sembrano fiori cresciuti sul nulla.
Coltelli.


_________________________________________________________


II. ECATE


ECATE

Fili d’argento disegnano i tuoi contorni
mia adorabile Ecate,
città bambina vestita
di nuovo a ogni estate,
le tue vie come capelli al vento
raccontano gli incontri furtivi
gli abbracci scambiati con gli occhi
corpi che si fanno nidi
poi case poi castelli.
I tuoi canali narrano
di dondolii leggeri,
di carezze di piuma,
di parole-isola, parole-rifugio,
ma il tuo riflesso si snoda
sotto le vie signorili
e lì stanno
gondole impazzite,
parole-belva, parole-plotone
armate nere pronte a assalirti in sogno.

Gli abitanti salgono e scendono
in questa città altalena,
in questa trappola,
a volte gli rimangono tracce
di polvere da sparo sul viso.




LA LATTAIA DI VERMEER

E se io potessi, credimi
che ricomporrei tutti i segni,
andrei a cercare a una a una
le linee spezzate, le fratture, le cavità
per piegarle con le mani e farne un cerchio;
scandaglierei gli inverni per cogliere
il bucaneve blu a forma di nuvola
il respiro della farfalla che nasce
il canto ubriaco del gufo d'argento
la cura con cui la lattaia di Vermeer
maneggia il vaso di terracotta.




GALASSIE A SPIRALE

Appendevamo la nostra pelle agli alberi
e poi ci mettevamo sotto le coperte
con la speranza di ritrovarla nuova
al risveglio.
Altre mattine aprivamo la finestra
e ci scoprivamo sospese nel verde,
io incredula che il mondo intero
scomparisse dentro le tue guance.
Inverno dopo inverno abbiamo avuto
sulla schiena piume, poi ali, poi spade
e avanzando all’indietro
ci siamo tenute strette
fino a confonderci il sangue.

La tua impronta digitale somiglia
alla Via Lattea.


__________________________________________________________

III. SISIFO


SISIFO

Lambita dal mare è Sisifo
le sue mura sono fatte
di cavi elettrici e gommoni
ogni ora da un altoparlante
esce la conta dei morti
e sulle case sprangate dei ricchi
si proiettano carneficine.
A Sisifo parlano tutti
ma, novella Babele,
non si capisce nessuno;
il viaggiatore, se arriva
si accorge che non esiste una lingua
solo una sequenza di urla sguaiate.
Sulla superficie dell’acqua
galleggiano plastica e cadaveri
dai cui bulbi oculari fioriscono
cannucce, mentre schiumano
 le batterie come onde del mare,
sul fondo invece
città sommerse di atomi e anemoni,
ma sugli schermi non mancano mai
i quiz televisivi, gli attacchi preventivi,
le guerre di liberazione, i reality show;
davanti alla tv si ride
mentre si ingoia il pollo.
Gli abitanti di Sisifo
odiano un po’, con noncuranza,
prima di addormentarsi dicono
le preghiere.




LA NOSTRA LUNA, LA MIA LUNA

La nostra luna, la mia luna,
non è quella dell’Ariosto
neanche quella di Leopardi
ma è una luna storta,
luna stinta, luna sghemba
luna di stagnola
che non promette un altrove
e su se stessa si accartoccia.
La osservo riflessa
sul fondo di una tazzina di caffè
in cui giace abusata, stanca,
derubata del sole.



EUROPA

E c’è un crepaccio che attraversa l’Europa
scava tra le alpi e arriva fino al mare,
è una frattura che scopre la roccia
la lascia arsa e corrosa, ferita al sole
mentre divampa la terra tutta attorno.
Scomposta e agonizzante è l’Europa
straziata nella coscienza, incapace
di essere madre, dolorosa nelle sue crepe
priva di speranza, piagata e piegata
agli estremismi e infeconda,
destinata a tremare, a crollare
sotto il vuoto che cela.












103. Lia Galli